Editoriale nr. 4
C’è la signora che passa dalla redazione per prendere i numeri arretrati perché vuole la “collezione completa” e c’è quella che ci telefona arrabbiata perché non abbiamo citato la sagra del suo Paese (ma sapesse – signora mia – quante volte lo abbiamo chiesto, al Paese, di comunicarci gli eventi!).
C’è l’inserzionista che ci chiama entusiasta per dirci che alcuni clienti sono entrati nel suo locale con la rivista in mano e quello che invece fa finta di scordarsi di averci confermato la pubblicità per non pagarla (quanto poco vale, a volte, la parola data).
C’è il Direttore che si ammala, la segretaria di redazione che si opera ed il computer del grafico che si rompe (ma gli Apple non dovevano essere indistruttibili?). Naturalmente in sequenza. E quindi c’è che la rivista salta un mese. Ma c’è anche che in questo mese sono moltissimi i lettori che ci chiedono preoccupati il perché del ritardo, confermando un’attenzione verso il nostro lavoro che vale più di qualsiasi apprezzamento esplicito. Insomma, alti e bassi di un (free)magazine di provincia.
Un esperimento arrivato ormai al quarto numero grazie all’impegno di un gruppo sempre più folto e motivato di persone che contribuiscono scovando i temi degli articoli, scrivendo i pezzi, rispondendo ai lettori, distribuendo Vita Sabina in oltre cento punti sparsi nel nostro territorio. Un esperimento che mostra come si possa fare informazione locale senza legarsi a questo o a quel gruppo, e che dimostra come tale informazione sia apprezzata dalle persone.
Un esperimento che mette in evidenza, raccontandola e testimoniandola con quel lavoro che richiede umiltà e costanza e che è tipico del giornalismo locale, quanta Vita c’è in Sabina. Una Sabina ricca di storia e di storie, di cultura e di culture, di cose fatte e di fatti. Ma anche una Sabina che non riesce a ritrovarsi, che fatica ad esprimersi, che stenta a riconoscersi ed acquisire un ruolo in una società sempre più complessa. Insomma: una Sabina che – come il nostro giornale – vive di alti e di bassi, ma che è sempre lì. Per ricordarci da dove veniamo.
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