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Sulle tracce delle città fantasma – o quasi – della Sabina

Submitted by Mariangela Parenti on mercoledì, 22 dicembre 2010No Comment
Sulle tracce delle città fantasma – o quasi – della Sabina

Sabina: terra di campagne e boschi, cittadine e meravigliosi borghi. Ma tanti di questi borghi, complice la mancanza di lavoro, o la distanza dai servizi, si stanno pian piano spegnendo. Sono spesso proprio i luoghi più antichi, e per certi versi più preziosi, che pian piano tendono a diventare vere e proprie città fantasma, a volte completamente disabitate, altre volte presidiate da nuclei di anziani che attendono pazienti il ritorno estivo dei parenti. In questo numero di Vita Sabina, abbiamo voluto esplorare le città fantasma della Sabina, tra le quali ci sono alcuni dei luoghi più belli di questa terra…

Prima di iniziare il nostro viaggio abbiamo voluto capire cosa sono le città fantasma. Secondo Wikipedia si tratta di luoghi abbandonati solitamente perché l’attività economica che li teneva in vita è fallita, per cause provocate da guerre o terremoti o per la sistematica migrazione di una popolazione verso zone economicamente più favorevoli.

Nel Lazio di città morte ce ne sono moltissime disseminate su tutto il territorio, ed è un dato che non stupisce: poche regioni d’Italia hanno visto nella storia un avvicendarsi così fitto di città, genti e culture come la Sabina.

Il nostro viaggio parte dal desiderio di “dare vita”  alle città morte della Sabina, alla scoperta di storie, leggende e curiosità tutte da visitare.

Si parte da Antuni…

Iniziamo la nostra esplorazione da Antuni, splendida frazione di Castel di Tora.

Il viaggio verso Castel di Tora è piacevole e tranquillo, complice anche una luminosa giornata di sole autunnale. Imboccata l’autostrada Roma-L’Aquila, con il casello autostradale a segnare il simbolico confine tra caos cittadino e tranquillità di campagna, proseguiamo per meno di un’ora prima di imboccare l’uscita all’altezza di Carsoli-Oricola. Una ventina di km e di curve dopo, è il luccicare abbagliante delle acque del fiume prima, e del lago artificiale del Turano poi, una ventina di chilometri dopo, a segnalarci l’arrivo. Antuni è lì, distesa sulla cima del monte omonimo quasi completamente circondato dalle acque del lago e a picco su di esse. Sulla destra della strada principale, praticamente di fronte ad Antuni, il Comune di Castel di Tora, antico borgo medievale risalente all’anno mille, dal 1992 “papà” della nostra città morta.

Grazie alla disponibilità del Sindaco Giovanni Orsini e del Sig. Gabriele Gentili dell’ufficio tecnico comunale, otteniamo le chiavi per aprire il cancello di ingresso al borgo, raggiungibile a piedi dopo una salita di circa 20 minuti. Varcato lo spesso arco in pietra che funge da ingresso, si viene accolti dalla facciata del Palazzo del Drago, l’unico edificio, insieme a quello della Corte Bassa, ristrutturato per ospitare la Comunità di recupero Incontro di Don Gelmini. Oggi la comunità con c’è più e il palazzo è disabitato ma non è ancora vittima del tempo che passa: pavimenti, infissi, servizi, tutto è ancora in ottime condizioni. Basterebbe poco per sfruttare nuovamente al meglio una ristrutturazione accurata. Peccato che il rifacimento sia stato molto mirato all’utilizzo contemporaneo e poco orientato al recupero originario del palazzo.

Se il cuore di Antuni è stato valorizzato, non si può dire lo stesso della fascia più esterna degli edifici che lo circondano: ruderi di vecchie chiese ed edifici sono quasi completamente ricoperti della vegetazione. Si intuiscono appena le sagome delle antiche costruzioni e, solo associando indizi sparsi, si intuisce che sulla sinistra del Palazzo ci fosse una vecchia chiesa.

Quello che rende davvero impedibile Antuni, però, non è tanto  la sua importanza archeologica o storica, ma è il panorama unico e suggestivo: la sua vera “ricchezza”. Dalla cima del Castello del Drago, infatti, si gode di una vista assolutamente imperdibile: il lago del Turano lambisce la rocca di Antuni quasi a perdita d’occhio, circondata dalle pendici verdi e silenziose di dolci colline. E’ proprio la bellezza stupefacente del panorama che fa pensare come il borgo, investimenti alla mano, potrebbe realmente rappresentare una risorsa turistica non indifferente per il Comune di Castel di Tora. Evidentemente il Sindaco Orsini  è dello stesso avviso, ma riconosce una serie di difficoltà nel processo di riqualificazione di Antuni, soprattutto legate alla complessità della messa in sicurezza del borgo “Abbiamo curato un progetto per la realizzazione di un ascensore inclinato e anche azioni di messa in sicurezza di Antuni ma si tratta di interventi costosi che il Comune non può sostenere da solo. Ma” aggiunge “il Comune sta lavorando per l’affidamento del recupero di Antuni a privati. Già esiste un progetto, supportato da capitali esteri, che se andrà in porto, sarà un bel risultato per tutti” spiega il Sindaco Orsini. E noi ce lo auguriamo.

Antuni: il panorama che mozza il fiato
La fondazione di Antuni risale ai primi decenni dell’XI secolo forse per iniziativa della consorteria dei Guidoneschi che donarono a Farfa, nel 1092, il Castrum Antoni. Fino al basso medioevo le vicende legate alle sorti di Antuni non sono note. Nei documenti ufficiali se ne parla quando il borgo entra in possesso della famiglia Brancaleoni. Da allora il feudo passò per vari proprietari fino a quando, nel 1676, venne ceduto al duca Filippo Lante della Rovere che lo tenne fino al 1720 anno in cui passò al marchese Filippo Gentili. Il 25 ottobre1816 la marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli rinunciò ai diritti feudali su Antuni e tutti i possedimenti vennero ceduti ai Principi Del Drago. Il 19 giugno del 1832, il feudo di Antuni venne eretto a principato da Gregorio XVI a favore del principe Urbano. La storia del borgo termina bruscamente durante il corso della Seconda Guerra Mondiale quando nel 1944 un errore di mira del pilota di un caccia che doveva abbattere il ponte sul Lago del Turano, colpì per errore l’abitato. Furono così danneggiate molte abitazioni e il Castello del Drago e fu distrutta la chiesa. Nel 1950 Antuni è ormai di fatto un borgo disabitato. Nel 1992 è passato al Comune di Castel di Tora, e dal 1990  fino a pochi anni fa, è stato sede di del centro spirituale della Comunità Don Gelmini per il recupero dei giovani tossicodipendenti. Oggi, che la comunità ha lasciato Antuni “perché aveva pochi giovani” conferma il Sindaco Orsini, Antuni è nuovamente disabitata.

(Ulteriori informazioni  “Le città perdute del Lazio…e i loro segreti” di Emanuele Zampetti, Eremon Edizioni)

Rocchettine : il tempo si ferma e la natura torna padrona

Dopo un breve e gustoso pranzetto (la trattoria Il Tasso sulla strada prima del bivio di Castel di Tora, merita una capatina!), continuiamo il nostro viaggio diretti a Rocchettine, nel Comune di Torri in Sabina. Il viaggio non è brevissimo, ma il panorama che corre dietro i finestrini ci ripaga dell’ora di viaggio che ci separa dalla nostra prossima destinazione.

Rocchette e Rocchettine, quando le curve e i tornanti iniziano a svelarne i contorni, appaiono in tutta la loro unicità: due suggestivi borghi adagiati su alti colli che guardano da secoli tra le valli del fiume Laia. Rocchettine, con le sue imponenti mura a strapiombo sulla valle, attira subito l’attenzione, presa irrimediabilmente  in ostaggio quando si giunge davanti alle rovine del borgo.

Per un attimo si ha la sensazione che una carrozza trainata da cavalli e scortata da cavalieri in armatura, possa uscire da un momento all’altro dal selciato leggermente in salita che conduce all’arco di ingresso. A rafforzare l’impressione vi sono le mura esterne della rocca, apparentemente in buone condizioni. Ma entrando nel complesso, di cui si intravedono porzioni di torri cilindriche, si ha la dimensione del totale stato di degrado della struttura, invaso da arbusti, roveti e piante spontanee di ogni tipo. La chiesa di San Lorenzo che domina il centro di Rocchettine è stata ristrutturata nel 700, ed è completamente trasformata rispetto all’origine.

Il castello” spiega Valentina Bertazzoli consigliere di maggioranza del Comune  “non è un bene comunale: appartiene ad un privato che è il solo a poter decidere interventi di restauro, messa in sicurezza o valorizzazione comunque molto costosi. Il Comune, fa quello che può: ad esempio ha asfaltato la strada che porta al castello per permettere di arrivarvi in macchina”.

La natura è la vera padrona di questo borgo medievale. Tra il fogliame che ricopre gran parte delle facciate degli edifici ancora in piedi, si intravedono speroni di pietra diroccati che un tempo fungevano da torri di avvistamento, mentre scalini erosi dal tempo conducono a  ballatoi solitari che spesso di aprono sulle pareti cave e senza tetto di ambienti colmi di vegetazione.

Su questa immobile e suggestiva atmosfera senza tempo, si sente, incessante, lo scorrere spumeggiante del fiume Laia.

Ciò che rende Rocchettine un posto da scoprire è proprio la sensazione di tempo immobile che si respira nel borgo. E’ come fare un salto nel passato immaginando, tra gli archi e le merlature, dame e cavalieri tessere intricate quadriglie al ritmo dei menestrelli.

Storia in breve: Non si hanno notizie precise sulla fondazione di Rocchettine né, tantomeno, di Rocchette, le due fortezze gemelle che si innalzano sulla valle solcata dal fiume Laia. Rocchettine è stata costruita insieme a Rocchette nel corso del XIII secolo d. C. Le due fortezze erano denominate Rocca Guidonesca (Rocchettine) e Rocca Bertalda (Rocchette) e furono costruite allo scopo di proteggere l’importante arteria che metteva in comunicazione Rieti con la valle del Fiume Tevere. Inizialmente possedimenti del vescovo della Sabina, le due fortezze passarono sotto il dominio diretto della Chiesa. Agli inizi del ‘500 erano, insieme a Torri, un feudo degli Orsini che le tennero fino alla scomparsa del casato. Nel 1728 la fortezza di Rocchettine risultava già abbandonata. Nel corso del XVII secolo le vicende parallele delle due fortezze iniziarono a divergere profondamente. Rocchette, da centro essenzialmente fortificato, diventò man mano un centro rurale conservando il tessuto originario con i muraglioni che cadevano a strapiombo sulla valle; Rocchettine, pur  mantenendo meglio conservata la sua natura di fortificazione, subì un graduale abbandono. Da questo periodo in poi le già scarse notizie sulle vicende di Rocchettine diventano praticamente nulle, come se la fortezza fosse scomparsa. Si deve fare un consistente balzo temporale e giungere all’età moderna per ritrovare documenti che ci informano che nel novembre del 1817, in seguito ad un’opera di riorganizzazione dell’area Sabina, il Cardinal Consalvi con un decreto assegna al comune di Torri in Sabina il territorio in cui ricadono sia Rocchette che Rocchettine. (Fonte: Le città perdute del Lazio…e i loro segreti. Emanuele Zampetti, Eremon Edizioni)

Fianello: il borgo che vuole sopravvivere

E’ ormai quasi buio quando giungiamo a Fianello, a circa 10km da Rocchettine. Avvertiamo un po’ di stanchezza  ma quando un gatto pasciuto ci accoglie allegro all’ingresso del borgo, quasi invitandoci ad entrare,  non possiamo fare altro che proseguire e immergerci in quest’ultimo gioiello sabino che muore.

Leggenda vuole che “alla fine dell’anno 1050, una misteriosa epidemia troncò, tra le altre, la vita di Berlengario. La carestia che ne seguì impose il fermo di tutti i lavori in Fianello. Unico segno di vita erano i gatti, che magicamente custodivano il Castello, ancora sottosopra a causa di imponenti lavori”

Molti di quei gatti,  tra cui il nostro personale “cicerone”, ancora vivono per le strade di Fianello:  sono loro le vere agili guide per i visitatori che si avventurano tra i vicoli silenziosi e irreali. Il borgo, al contrario di Antuni e di Rocchettine che sono città fantasma da svariati decenni, è ancora abitato da un pugno di famiglie, ma è comunque una realtà che corre il serio rischio di scomparire da un momento all’altro. “Sono 4-5 le famiglie stabili che vivono a Fianello” spiega l’Assessore alla cultura del Comune di Montebuono, Mariella Mariani “ Ormai il borgo vive sono nei fine settimana, quando da Roma e dintorni giungono le famiglie che hanno una seconda casa qui, oppure durante le feste patronali”.

Un basso passaggio ad arco immette  nel borgo di Fianello che appare immediatamente un piccolo gioiello a metà tra passato e presente: sporadici segni di vita, un vaso di fiori, una luce tremolante alla finestra, il profumo di cucinato nell’aria, si mescolano agli inequivocabili segni lasciati dal tempo sulle case e sui monumenti di Fianello. E’ il caso di Palazzo Orsini che domina la piazza principale, o di molte delle base casupole dagli usci abbandonati che punteggiano i vicoli di pietra dal borgo. Non c’è decadenza vera e propria, il paese è ordinato e curato, ma lo sguardo incontra di continuo portoni sbarrati, scantinati vuoti, finestre cieche.

Un cartello, posto all’ingresso del borgo, testimonia l’attivazione di opere di riqualificazione di Fianello, come conferma la Mariani “Negli ultimi 5 anni sono state attivate opere primarie, come il rifacimento dell’acquedotto, delle fognature e della pavimentazione;  al momento un consorzio di privati fianellesi si sta occupando delle opere strutturali come la messa in sicurezza antisismica. Dopo il terremoto dell’Aquila, sentito anche nel reatino, quest’azione si rende necessaria”.

Fianello, come molti altri borghi morenti della sabina, ha un fascino diverso dalle città fantasma definitivamente abbandonate. Qui si respira l’aria dei tempi passati ma il presente non ha rinunciato all’idea di esserci. Ed è anche per questa atmosfera sospesa, oltre che per la suggestività dei panorami e degli scorci, che Fianello merita di essere visitato.

Storia in breve: Nell’Abbazia di Farfa è custodito un documento dal quale risulta che nel 1036 d. C. il Castello di Fianello fu “ceduto” all’Abbazia da un certo Berlengario con le quote della moglie Bizanna e delle figlie Susanna ed Erlengarda. Ricerche storiche successive hanno evidenziato che, nel Medioevo, Fianello è stato possedimento del Ducato longobardo di Spoleto (591-800 d. C.), poi dei Savelli e, nel Rinascimento, degli Orsini.
Nell’antichità la regione fu abitata dai Sabini e definitivamente sottomessa a Roma nel 290 a. C. . Dopo Costantino fu annessa alle provincie di Tuscia ed Umbria. Dal 591 d. C. l’intera Sabina fu controllata stabilmente dai Longobardi del ducato di Spoleto. Testimonianza diretta di tali radici e  dominazioni sono: il Palazzo Orsini, che sorge su un lato della Piazza principale del Borgo,  con un primo nucleo databile intorno all’XI ed al XII secolo, e un secondo, databile intorno al 1500; la Chiesa di San Giovanni Battista, sull’altro lato della piazza, ricostruita nel 1571 insieme ad una Torre medievale longobarda, , raro esemplare di torre pentagonale con volta a vela (sec. VI°-VII° d. C.); la Chiesa di Santa Maria probabilmente edificata sui resti di una villa Flavia romana come testimoniato dal ritrovamento, negli anni 50, di sculture marmoree di figure classiche.

(Fonte: http://www.fianello.it/)

Termina qui il nostro viaggio alla scoperta delle città fantasma della Sabina, ma non sono certo esaurite le meraviglie che disvela questo splendido territorio, del quale torneremo a parlare nel prossimo numero della nostra rivista

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