Numa il Sabino: l’asceta e il trono
Il contributo dato dai Sabini alla storia d’Europa tramite Roma è notevole. Oltre alle tecniche agricole avanzate, che permisero lo sfruttamento ottimale del suolo, esso riguarda in primo luogo la sfera della religione e del diritto. Il mito di Numa – “mito” qui è recepito nel suo valore di storia sacra fondante – illustra quale fu l’apporto sabino alla formazione dell’identità europea.
D’accordo alla “vocazione” del popolo sabino, il contributo offerto alla novella Roma non consistette nel perfezionamento dell’arte militare, ma nella pace operosa garantita dal rispetto del diritto e illuminata da una lungimirante saggezza di cui “Numa” costituisce la massima espressione nella storia dell’antica Roma e uno degli esempi più fulgidi nella storia d’Europa.
In una serie di appunti che verranno pubblicati sulla Rivista e sul suo sito, proporremo alcune riflessioni sul significato e sul ruolo di questa personalità regale, che ebbe i natali nella piccola città sabina di Cures.
Iniziamo col commentare il passo dell’Eneide in cui il vecchio Anchise mostra al figlio Enea i futuri eroi che forgeranno la grandezza di Roma. Le loro anime gloriose, che dimorano nei Campi Elisi, un giorno, incarnate in un corpo, discenderanno sulla terra degli uomini. Tra esse, Anchise indica quella del sabino Numa:
Chi è, laggiù, insigne pei rami d’olivo, che sacri oggetti reca?
Riconosco le chiome e il mento canuto
del re di Roma che la nuova città sulle leggi
fonderà, dalla piccola Curi e da una povera terra
a un grande impero inviato(Eneide 6, 808-812)
Numa è caratterizzato da Virgilio con pochi tratti: è coronato con fronde d’olivo, simbolo di pace e di sapienza. È proprio l’olivo a renderlo insignis. Porta con sé i sacra, gli oggetti del culto che denotano la funzione eminentemente sacerdotale del rex delle origini, funzione che, in Numa, si manifesta nella pienezza delle sue prerogative. La sua pietà religiosa, l’intima partecipazione alla realtà divina che in lui fu esperienza vissuta nel quotidiano – espressa dal mito nelle mistiche nozze del re con la ninfa Egeria – lo rese capace di fondare la nuova città sullo ius: sul diritto che deriva la sua legittimità e il suo potere dall’aderenza della norma umana alla norma divina, dalla conformità della parola del legislatore al fas: la parola di Giove che fissa i destini. Roma, fondata da Romolo nel ciclo della storia, viene così fondata da Numa nella sfera del sacro.
Numa ha le chiome e il mento canuto a dimostrare il possesso di una sofferta, sperimentata saggezza che fa di lui il prototipo dell’anziano che bene ha vissuto ed è divenuto pater di tutto il popolo, persona capace di esempio e di consiglio, Funzione eminente per cui, a Roma, il supremo organismo preposto alla guida dello stato fu l’assemblea degli anziani: il Senato.
La Roma di Numa è noua non solo per i pochi anni (quaranta) trascorsi da quel fatidico 21 aprile in cui l’aratro aprì il solco in direzione del sole nascente, è nuova perché ha realizzato in terra il modello archetipico della città: la urbs, il territorio delimitato ritualmente dall’aratro e consacrato dai riti di fondazione, è un templum: una piccola porzione di mondo in cui umano e divino s’incontrano e che, per questo, assurge alla dignità di centro del mondo, umbilicus mundi. A esprimere il suo ruolo di fondatore spirituale, secondo la tradizione, Numa nacque nello stesso giorno in cui Romolo fondava Roma.
Virgilio fa dire ad Anchise che Numa, figlio di una piccola città sabina e di una terra povera di ricchezze materiali, fu inviato per volere divino in vista della creazione di un grande imperium. L’ascesa al trono non fu frutto d’un disegno politico fu, appunto, una missio: una missione. Una missione in cui – come vedremo – il contributo delle radici culturali sabine si rivelò centrale.
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