Le radici segrete del vino sabino
Facile esordire dicendo che il vino buono e stimato in Sabina ha una storia recente.
Non ne erano entusiasti gli antichi commentatori romani, da Plinio a Marziale a Orazio stesso, che della regione sabina era figlio adottivo. L’assenza del vino schietto merum e temetum a nord di Roma consolare e imperiale pare quasi un mistero.
Roma è la grande succhiatrice di Dioniso. Gente come il nobile Ortensio muore lasciando 10.000 botti di vino prelibato in eredità. Il vino fluisce a Roma da ogni parte del Mediterraneo. Cecubo e Falerno hanno il primato e vengono da Sud. Accompagnano, dice il gaudente perverso Marziale, “boleti, ostriche, tettine di scrofa e cinghiale”.
Ma perché la corrente del Tevere non scarica otri a Roma? L’assenza di vini eccellenti in Sabina continua fino al secolo scorso. Eppure Hans Barth entrando a Roma nel suo viaggio per osterie d’Italia con intimità dannunziane esclama: “Siamo nel nostro paradiso più ideale, in una città tutta di templi bacchici, nel paese fatato del bevitore, dove ogni casa è una cantina e un altare del culto orgiastico. Qui è il campo del Dio coronato di pampini e l’odore del vino e il sole si spandono poeticamente su tutta questa terra. Tutto brilla nel bicchiere.
E’ una mistica rivelazione, un pezzo d’Olimpo caduto in terra”. I Sabini hanno dominato la Roma dell’età consolare. Poi ne sono stati estromessi. Ma la loro resta una cultura forte. In un certo senso sono i fondatori veri di Roma. E non hanno portato con sé il loro vino. Il mistero antico di questa a-dionisicità sabina diventa ancora più fitta se si pensa che i Sabini sono greci che hanno colonizzato Tarentum e che sono risaliti a nord, attraversando poi le valli che solcano l’Umbria per arrivare al Tevere.
In piena Roma, accanto a Campo Marzio, hanno creato il pagus tarentum, la radura sacra con un tempio dedicato alla dea Proserpina, custode della primavera. I Sabini sono d’origine grecanico-tarentina e sono stati certamente in origine coltivatori delle viti elleniche del mavrodafne scuro e del rubino romeiko. Hanno introdotto sicuramente in Italia le malvasie chiare che si chiamano così è perché si prelevavano nell’imprendibile porto di Monemvasia in Pelloponneso “il porto da una sola entrata”. Le uve e i vini sostavano a Creta e le malvasie assumevano allora il nome da Candia, per diventare, nelle differenti varietà, il vino bianco ancora oggi più tonico e ideale per tutto il Lazio.
La soluzione del mistero è forse semplicemente nella scarsa propensione dei Sabini all’agricoltura intensiva e all’arte cantiniera nei secoli passati. Se si guarda a quante uve sono ammesse nella produzione dei vini nella regione sabina si coglie quanto la vite abbia seguito i popoli che colonizzavano il cuore dell’antica Penisola e che costituivano forse solo la propria pergola in giardino per il vino di casa. Fra le uve bianche: bellone, bombino bianco, grechetto, malvasia di Candia, malvasia bianca lunga, malvasia del Lazio, mostosa, pecorino, trebbiano bianco, verdicchio. Fra le rosse: alicante, barbera, canaiolo, carignano, cesanese, ciliegiolo, montepulciano, sangiovese.
Il gusto di produrre il vino della regione non poteva non esaltarsi alla fine del Novecento: le colline arenacee e marnose che costeggiano la sinistra Tevere, diradate a costituire pagi et vinae, radure piantate a vigna, hanno portato la Sabina alla sostantiva denominazione originale che sarà oggetto di nostre prossime degustazioni.
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